Riflessioni sul fine-vita per un nuovo stile di cura del paziente fragile

Quale atteggiamento umano e professionale tenere nei confronti di un paziente negli ultimi momenti della sua vita? Come gestire le emozioni, le ansie e il senso di impotenza degli operatori di fronte a situazioni sfidanti? Come relazionarsi con i famigliari? Che cosa fare per un paziente destinato a convivere anche a lungo e a casa propria con un’invalidità molto grave? Queste alcune delle domande a cui si è provato a dare risposta nel convegno ECM “Accanto alla vita sempre. Tra scienza, coscienza e compassione”, promosso dalla Fondazione Don Gnocchi e svoltosi oggi a Roma (nelle foto, il tavolo dei relatori e uno scorcio dei partecipanti).

Obiettivo dell’iniziativa, come spiegato dal presidente della Fondazione Don Gnocchi, don Vincenzo Barbante, era di manifestare nel concreto che il «concetto di cura non deve essere inteso solo in senso medic,o ma in maniera più globale, diventando prossimità e attenzione».

Coinvolti 150 operatori di Hospice, RSA e reparti per GCA

Momento centrale del convegno, la presentazione di un percorso che ha coinvolto 150 operatori della Fondazione impegnati in Hospice, reparti per Gravi Cerebrolesioni Acquisite e RSA, dove più di altre realtà sono presenti pazienti fragili. All’interno di queste strutture è così iniziato un lavoro di confronto e discussione a cui hanno portato il proprio contributo tutte le figure professionali che si relazionano con il paziente: medici, psicologi, terapisti e logopedisti, infermieri e operatori socio-sanitari.
I gruppi di lavoro si sono interrogati sul proprio approccio al paziente e alla famiglia. Sono emersi gli aspetti più problematici, insieme a proposte per meglio rispondere ai bisogni dei pazienti, in quanto persone, con il loro vissuto, i loro valori, il loro credo religioso e le loro aspettative, nel rispetto della loro dignità e con lo stile dell’“essere accanto”, che è il tratto caratteristico dell’operare in Fondazione.
È stata altresì l’occasione per condividere esperienze comuni ed è emersa l’importanza del coinvolgimento delle famiglie nel percorso terapeutico e il bisogno degli operatori di dotarsi di strumenti nuovi, per affrontare situazioni difficili e sempre più complesse e per __lavorare meglio in équipe.

I lavori si sono aperti con l’intervento di monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che ha richiamato la differenza tra guarigione e cura: «Il paziente non va mai abbandonato – ha sottolineato – sempre dobbiamo prendercene cura. Quando non si può guarire, si deve sempre curare. Dobbiamo contrapporre alla cultura dello scarto, la cultura della cura».
La professoressa Maria Chiara Carrozza, direttrice scientifica della Fondazione Don Gnocchi, ha invece ricordato il cammino e l’iter legislativo – a cui lei partecipò come parlamentare – che ha portato alla Legge 219 del 2017, su consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento.
Luciano Orsi, vicepresidente della Società Italiana di Cure Palliative, ha sottolineato l’importanza di affrontare il tema della terapia del dolore e delle cure palliative già negli stadi avanzati della malattia e non solo nella sua fase terminale, superando la concezione di “cure per chi non c’è più niente da fare”.
Padre Carlo Casalone, della Pontificia Accademia per la Vita, ha invece affrontato il tema della relazione e della cura, approfondendo dal punto di vista etico e teologico gli aspetti legati ad accanimento terapeutico, sospensione e sproporzione delle terapie, senza mai perdere di vista la promozione della vita che la persona percepisce come dignitosa.

Don Barbante: «Un cammino condiviso di crescita»

Nelle sue conclusioni, il presidente della Fondazione ha ricordato che il convegno è stato il punto di partenza di un percorso che deve continuare, perché di fronte ad argomenti e temi così importanti, non c’è mai una parola definitiva, ma un cammino condiviso di crescita, che deve coinvolgere diverse competenze e professionalità, perché non c’è in gioco semplicemente l’erogazione di un servizio sanitario al paziente, ma interrogativi fondamentali sul senso della vita in condizioni di particolare fragilità.

ALLEGATI

LEGGI L’INTERVENTO DI MONS. VINCENZO PAGLIA

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